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scuola primaria "C. Battisti" - Lecco

 

lezione dal pediatra

 

I bambini della scuola incontrano il prof. P. Bomcompagni.
 

 

Lunedì 26 febbraio ci siamo recati all’Istituto Bertacchi per incontrare, assieme alle allieve delle 4” A e D del corso psico-pedagogico, il Prof P. Boncompagni, ex primario della divisione pediatrica dell’ ospedale di Circolo di Bellano.
Noi avevamo preparato queste domande:
 · A quale età lei ha cominciato a lavorare? (Cassandra)
· La maggior parte delle malattie infantili è causata da virus? (Tiziano)
· Lei ha provato a operare qualche bambino? Aveva paura? (Francesco)
· Perché ha deciso di diventare pediatra? (Sara)
· Quando lei ha avuto questa idea (presenza materna in pediatria) c’era qualcuno contrario? (Francesca T.)
· Quando lei era piccolo aveva già in mente di fare il medico? (Francesca 5.)
· Come è nata l’idea di dare la possibilità alle mamme di fermarsi in ospedale coi loro figli? (Edoardo)
· Perché ancora oggi ci sono ospedali dove le mamme non possono fermarsi con i loro bambini ricoverati? (Nicola)
· Quando lei era piccolo ha provato a essere ricoverato in ospedale? Come si è sentito? (Maddalena)
· Quando è riuscito a realizzare questo progetto? (Elena)
· Che sensazioni si provano a fare questo lavoro? (Miriam)
· Secondo lei, è meglio che i medici dicano ai bambini che malattia hanno o è meglio non dirlo? (Arianna)
· Secondo lei, è bene che i bambini conoscano la cura che devono fare? (Nicholas)
· Secondo lei, se un bambino ha una malattia grave, è meglio che lo sappia o no? (Giulia C.)


Il prof Boncompagni ha iniziato la sua attività di medico a 25 anni a Milano, dapprima come internista generico, dopo poiché amava i bambini si è specializzato in pediatria.
In ospedale vengono ricoverati bambini malati per le più svariate cause: virus, batteri, incidenti... Il professore non operava perché era un internista e non un chirurgo.
All’inizio parecchi medici erano contrari a questo progetto perché si pensava che le mamme avrebbero intralciato il lavoro dei medici e degli infermieri e perché si pensava che i bambini accanto alle madri avrebbero fatto più capricci.
Quando era piccolo il professore voleva fare il veterinario. Ora che è in pensione si occupa della salvaguardia degli animali e collabora col W.W.F. e con le varie associazioni ambientaliste. Purtroppo oggi c’è ancora qualche ospedale che non prevede la presenza delle madri perché sono sprovvisti di attrezzature adeguate.
Nel fare questo lavoro le sensazioni più frequenti sono: la gioia perché hai una comunicazione diretta col bambino, l’angoscia quando t’accorgi che non c’è più niente da fare, l’ansia perché hai timore che la cura non sia efficace.
Il bambino deve essere informato con la dovuta sensibilità sulla sua malattia e sulla cura da intraprendere, perché il bambino collaborerà meglio se si instaura con lui un rapporto di amicizia e fiducia.
Il professore optò di lavorare a Bellano nel ‘68 perché ebbe l’opportunità di allestire un reparto che consentisse l’accoglimento della madre assieme al figlio. Era infatti profondamente convinto della necessità di evitare la separazione della madre dal figlio in un momento cosi difficile per entrambi. La madre poteva assicurare una migliore assistenza sia affettiva che materiale. 10 anni dopo furono ricercati dei dati obiettivi per una valutazione corretta sull’esito della sperimentazione.
Prima di iniziare la sperimentazione il prof Boncompagni aveva studiato molto e si era convinto che un bambino non poteva essere lasciato solo in ospedale, perché avrebbe potuto avere delle gravi conseguenze sulla sua personalità Anche per la madre era importante stare col proprio bimbo, altrimenti avrebbe potuto entrare in forte ansia ed ammalarsi pure lei.
Le mamme avevano accettato di fermarsi in ospedale accanto al figlio perché erano preoccupate che l’ospedalizzazione, con la seguente separazione dalla madre, fosse fonte di grande sofferenza per il bambino e potesse costituire un elevato rischio per uno sviluppo armonico.
Le madri facevano amicizia anche fra di loro ed avevano buoni rapporti coi medici e gli infermieri. Il personale ospedaliero sosteneva che la presenza della madre era molto utile per il figlio, perché alleggeriva il lavoro, e si creava una buona collaborazione: il bambino era più tranquillo e sereno, non mutava le proprie abitudini alimentari, non si isolava ed era meglio inserito nell’ambiente.
L’esperienza venne globalmente giudicata in modo positivo e d’allora altre iniziative analoghe furono messe in atto in altri ospedali.

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