|
territorio |
|
domande al medico |
|
Papà che cos'è la malattia? testo dell'incontro tenuto dal Dott. Valerio Castagna ai bambini delle classi terze della scuola elementare Cesare Battisti di Acquate
Sono
sicuro che almeno una volta avete posto questa domanda a papà (o magari a
un’altra persona). Probabilmente la risposta è stata un esempio (“E’
quando non ti senti bene, come quando hai la febbre, o quando hai avuto la
varicella…”). E’ infatti difficile dire che cos’è “la malattia”,
anche se tutti noi abbiamo provato a essere ammalati. Se consultate il
dizionario troverete alla voce “malattia” qualcosa come “una condizione
anormale dell’organismo”, ma questo vi aiuta poco nel farvi un’idea più
precisa.
Continueremo
perciò lungo la strada degli esempi, cercando di capire perché può succedere
di trovarsi in questa condizione anormale che chiamiamo malattia.
Noi
siamo delle macchine molto speciali, complicate ma abbastanza ben progettate:
infatti ci muoviamo, facciamo dei lavori, usiamo del carburante (il cibo), per
bruciare il quale ci serve ossigeno, proprio come nelle automobili. Se guardiamo
più da vicino ci accorgiamo che siamo anche delle fabbriche, capaci di
costruire i mattoni di cui siamo fatti, e dei laboratori chimici, che producono
delle sostanze necessarie a far funzionare la nostra “macchina”. Tutto ciò
è possibile perché il nostro corpo è una società di cellule organizzate in
vari gruppi, con compiti precisi che vengono svolti in modo efficiente e
ordinato. Tutto ciò ha qualcosa di magico, ma, come scopriremo tra poco, la
“magia” più grande è che tutte le informazioni necessarie al buon
funzionamento del nostro organismo sono scritte dentro di noi fin dal primo
attimo di vita: siamo cioè capaci di costruire la nostra macchina a partire da
un’unica cellula. Non è straordinario?
Noi
diciamo di essere “in salute” quando tutti i processi che ho elencato poco
fa avvengono regolarmente; naturalmente, proprio come per le automobili, può
succedere che qualcosa non funzioni ogni tanto: più frequentemente sono
“guasti” minori, che possono essere riparati in fretta, qualche volta ci
occorre aiuto e a volte proprio non c’è più niente da fare (pensate agli
ingranaggi di un orologio: un po’ di polvere può impedire loro di lavorare
bene, se si bagnano un bravo orologiaio li più ripulire e oliare; se
l’orologio mi cade dal balcone probabilmente lo dovrò gettare via).
Quando
ci capitano dei “guasti” ci ammaliamo: ce ne accorgiamo noi e se ne
accorgono gli altri da cambiamenti del nostro corpo come quelli che avete
riportato sulla vostra mappa e da altri ancora.
Una
cosa importante da comprendere è che tutti gli esseri viventi si ammalano, dai
più microscopici ai più grandi: ci sono malattie dei virus, dei batteri, delle
piante, degli animali ecc. Tutti gli esseri viventi infatti hanno molte cose in
comune, perché ciascuna specie è il prodotto di una lunga “evoluzione” a
partire dalle prime forme di vita comparse sulla terra. Ritorneremo su questo
aspetto tra un po’.
Che
cos’è che ci fa ammalare, allora? A volte è qualcosa che dall’esterno
penetra dentro di noi: possono essere sostanze tossiche che ci avvelenano, o dei
microrganismi che ci usano per nutrirsi e moltiplicarsi. Altre volte è qualcosa
dentro di noi che non va: alcune cellule impazziscono e non stanno più alle
regole, come nel caso del tumore, oppure non sono ben programmate e si
comportano diversamente da come dovrebbero.
Proviamo
a fare qualche esempio.
Una
persona che fuma aspira nei suoi bronchi e polmoni (gli organi della
respirazione) una serie di particelle, tra cui il catrame (proprio come quello
delle strade), che si deposita dentro di lei. Il catrame irrita le cellule con
cui viene a contatto, che per prima cosa cercano di allontanarlo producendo il
catarro; questo a sua volta stimola i colpi di tosse che hanno il compito di
ripulire le vie aeree dal catarro stesso (con tutto ciò che vi rimane
invischiato). Le cellule irritate chiamano anche in aiuto altri elementi di un
altro gruppo cellulare, i globuli bianchi: alcuni di loro (i
macròfagi)
inglobano il catrame dentro di loro per toglierlo di mezzo. Se la persona
continua a fumare l’irritazione alla lunga non passa più, i polmoni diventano
neri, la tosse continua, si fa fatica a respirare: il medico dice che si tratta
di “bronchite cronica”.
Un
altro esempio: Dario può dirvi certamente che suo papà ha qualche problema a
riconoscere e distinguere alcuni colori (la coppia verde-rosso), cioè è
“daltonico”. I nostri occhi vedono i colori perché contengono speciali
cellule che si chiamano “coni”. Dentro i coni delle sostanze particolari
reagiscono con la luce modificandosi: ogni volta che succede questo, un segnale
raggiunge il cervello, che riconosce il colore. Ciascuna sostanza reagisce con
un solo colore, così noi impariamo crescendo a distinguere i vari stimoli.
Qualche volta nei maschi le istruzioni per fabbricare queste sostanze nei coni
non sono corrette, il rosso e il verde allora fanno partire lo stesso segnale e
il cervello non può differenziarli, perciò vengono confusi. Per fortuna a noi
questa abilità non è indispensabile per vivere (non mi è mai capitato di
dover scegliere tra un bicchiere di vino rosso e uno di veleno verde!), ma
esistono purtroppo dei difetti di istruzione che hanno conseguenze ben più
gravi.
Bisogna
a questo punto ritornare a guardare un po’ dentro il nostro corpo, e
precisamente dentro alle cellule che lo compongono: ciascuna cellula è una
piccola fabbrica speciale, capace di svolgere compiti precisi. Gli “ordini”
vengono dal nucleo, una piccola pallina al suo interno dove è contenuto il
D.N.A.: si tratta proprio di una lunghissima fila di istruzioni, scritte con un
alfabeto di sole quattro lettere (A, C, G, T). Questa lista è presente già
nella prima cellula (l’uovo fecondato) da cui si sviluppa l’intero organismo
ed è uguale in ogni nostra cellula, però in ciascuna vengono lette solo alcune
parti: questo è il trucco adottato per costringere le cellule ad assumere forme
diverse e compiti diversi. E’ come se le cellule parlassero sì la stessa
lingua, ma dicendo cose differenti.
Quando
ci occupiamo della malattia, c’è un gruppo di cellule che ci interessa in
particolare. Si tratta del cosiddetto “sistema immunitario”: i suoi elementi
svolgono insieme il compito di perlustrare il corpo alla ricerca di
“invasori” e “nemici”, sostanze, organismi o cellule che sono
riconosciute come “estranee” e di combatterli in vari modi.
Abbiamo
già conosciuto i macròfagi, che sono capaci di inghiottire sostanze o
organismi e cercano di distruggerli digerendoli. Mentre lo fanno ne mostrano
anche piccoli pezzetti ai linfociti T-helper (aiutanti): questi corrono a
cercare dei loro simili (i linfociti T-killer o assassini, che sono capaci di
produrre dei veleni con cui attaccare gli invasori ormai riconosciuti, e i
linfociti B, che sono capaci di fabbricare speciali sostanze, gli anticorpi, che
bloccano come manette gli invasori, così è ancora più facile per i macrofagi
mangiarseli). Quando i T-helper hanno riconosciuto tra i T-killer e i B quelli
che sanno reagire contro i nemici del momento li stimolano a moltiplicarsi, così
possono essere in numero sufficiente per far fronte all’attacco. La cosa
sorprendente è che tutte queste cellule si ricorderanno in futuro
dell’invasore, e lo potranno riconoscere subito se si mostrerà di nuovo. La
prima volta ci vuole un po’ di tempo, la seconda si svolge tutto molto
velocemente.
Il
sistema immunitario è la nostra arma migliore contro la malattia e in genere ci
consente di riparare ai guasti, anche se a volte ce ne fa pagare le spese: ad
esempio, quando si ha mal di gola perché un virus o un batterio vi sono
penetrati, la gola si arrossa, viene la febbre, il mal di testa, la stanchezza,
passa la voglia di mangiare. Questo succede perché alcune delle sostanze
liberate dalle cellule del sistema immunitario durante la battaglia contro i
microrganismi attaccanti intossicano un po’ anche il nostro corpo, causando
tutto quello che ho appena descritto.
Fortunatamente,
quando l’invasore è vinto, pian piano tutto ritorna alla normalità.
Questo
straordinario sistema di difesa si è sviluppato in noi (e negli altri animali
superiori) in un tempo lunghissimo, man mano che una specie animale si evolveva
in un’altra fino ai nostri più vicini antenati. Se non è perfetto è perché
è il frutto di compromessi tra alcune esigenze e altre, ma su questo torneremo.
Come
avrete capito, quando un organismo si ammala subisce dei cambiamenti di cui è
possibile accorgersi. Chiamiamo “sintomo” quello che sentiamo noi stessi,
“segno” quello che vedono gli altri. Sintomi e segni delle varie malattie
sono stati riconosciuti nel tempo e catalogati: chi impara a conoscerli è in
grado di capire davanti a quale malattia si trova. I medici infatti sono proprio
come dei detective che sanno raccogliere indizi per risolvere il caso (la
“diagnosi”) e poter prendere dei provvedimenti, se necessario. E’ proprio
come ricostruire un puzzle, cercando di riconoscere il soggetto riprodotto prima
di avere a disposizione tutti i tasselli. Bisogna anche sapere cosa cercare, però!
Pensate a Sherlock Holmes, il famoso investigatore: era molto intelligente e
riusciva sempre a smascherare il colpevole non solo perché sapeva unire con
logica gli indizi, ma sapeva anche come scovare gli indizi, eventualmente usando
degli strumenti speciali che si costruiva lui stesso. Nella storia della
medicina è proprio avvenuto questo: abbiamo imparato a cercare indizi non solo
sulla superficie del corpo, ma anche nel sangue, nelle urine, nei tessuti del
corpo, inventando macchine che sanno “guardare” dentro di noi al nostro
posto.
Riconoscere
le malattie è già un gran passo avanti, ma dei ragazzi curiosi come voi
avranno certamente una domanda più profonda: perché ci ammaliamo? La strada
per arrivare a una risposta è piuttosto lunga e non tanto facile, ma provate a
seguirmi.
Ancora
una volta dobbiamo chiamare in gioco l’evoluzione, quella grande forza che
regola il mondo biologico, e le sue armi principali, la “selezione naturale”
e la “mutazione”.
Per
capire come funzionano queste cose guardiamoci semplicemente intorno: ci sono
tanti compagni in classe, ciascuno con un aspetto che lo caratterizza. Prendiamo
Leonardo: ha i capelli rossi. Ciò vuol dire che un pezzetto della lunga lista
di istruzioni che è il suo D.N.A. ha ordinato per i capelli il colore rosso.
Quel pezzetto di D.N.A. si chiama “gene”, ed esiste un gene per ciascuna
caratteristica (colore degli occhi, forma del naso, tipo di pelle ecc.). Perché
Leo ha proprio i capelli rossi? Perché li ha “ereditati” da uno dei sui
genitori quando è stato concepito. Infatti ciascuno di voi, quando sarà
grande, potrà trasmettere metà dei suoi geni a suo figlio, mentre l’altra
metà sarà donata dall’altro genitore: ecco perché in parte assomigliamo a
papà e in parte a mamma. In altre parole i geni si trasmettono di generazione
in generazione, non solo, si mischiano a ogni generazione rendendo ciascuno di
noi “unico”.
Pensiamo
adesso a un bambino dell’età della pietra: ha le gambe lunghe e forti, molto
più lunghe e forti dei suoi compagni di tribù, perché ha un certo gene. Un
giorno nella savana tutti i ragazzi vengono attaccati da leoni, e solo il nostro
amico può correre tanto velocemente e a lungo da salvarsi. E’ l’unico che
crescerà e avrà figli, a cui trasmetterà questo gene: dopo qualche
generazione in media le gambe dei ragazzi saranno più lunghe e forti. Si è
“selezionato” un carattere particolare (gambe lunghe e forti) perché è più
efficace nel conservare in vita chi lo possiede e gli consente di crescere e
avere figli. E’ così che nel corso del tempo una specie migliora.
Direte:
“Ma come fa a esistere all’inizio un gene particolare?”. La risposta è
che qualche volta compaiono anche dei geni nuovi in un figlio. Succede in questo
modo: le cellule di un embrione in crescita si dividono velocemente. A ogni
divisione il D.N.A. deve venire copiato per essere presente in ognuna delle
cellule figlie. Proprio come capita anche a voi quando dovete copiare un lungo
testo, possono essere fatti degli errori: a volte risultano parole
incomprensibili, altre volte parole nuove, bellissime, che modificano, spesso in
meglio, il messaggio di istruzione del gene (mutazione). In quest’ultimo caso
compare come per magia una caratteristica nuova che può migliorare
l’organismo che la possiede: ad esempio compaiono gambe lunghe e forti al
posto di gambe corte!
Adesso
conoscete i meccanismi che hanno formato tutte le specie viventi, quelle
presenti sulla terra ancora oggi, ma anche quelle che sono scomparse, come i
dinosauri. Avete anche capito che l’ambiente in cui vivono seleziona (permette
di rimanere in vita e riprodursi) gli individui di una specie che sono più
adatti. Perciò ogni specie si modifica nel tempo anche per la presenza nel
mondo di altre specie viventi con cui
è in competizione e per ciascuna specie la forza evoluzione si ingegna a
inventare nuovi geni che possono migliorare gli individui della specie stessa.
“E
allora?” direte voi “che c’entra questo con la malattia?”
Vi
ricordate quando ho detto che ci possiamo ammalare quando dei microrganismi
penetrano nel nostro corpo? Bene, nel corso del tempo, mentre si ingegnava a
trovare dei sistemi per combattere gli invasori rendendo la nostra specie più
forte, l’evoluzione ha selezionato anche microrganismi “furbi” che sanno
aggirare il nostro sistema immunitario con moltissimi trucchi diversi. Per
esempio molti di loro “cambiano vestito” abbastanza frequentemente e i
nostri globuli bianchi non li sanno riconoscere come nemici già incontrati
(pensate all’influenza). In questo caso aver già fatto la malattia non ci
serve a evitare di ripeterla. Altre volte si travestono da cellule del nostro
corpo, che ovviamente non vengono attaccate dal sistema immunitario (un esempio
è il verme Schistosoma, che finisce per stabilirsi nel fegato). Altre volte
ancora penetrano nelle cellule e vi rimangono nascosti.
Questo
sta succedendo anche oggi e succederà anche in futuro; noi però abbiamo
imparato a controllare in vari modi le occasioni di incontro con i
microrganismi. Pazienza ancora un attimo e ve lo dimostrerò.
Gli
agenti infettivi hanno rappresentato da sempre un grosso problema per l’uomo.
Durante l’età della pietra gli uomini erano infestati da vermi (per la verità
anche i nostri nonni!); tre sono i tipi che hanno fatto da padroni a lungo: dei
vermi “rotondi” (ascaridi), dei vermi “a frusta” e dei
“vermi-uncino” (hanno dei brutti uncini sulla bocca, con cui si attaccano
all’intestino). L’uomo li trasmette o attraverso cibi contaminati o, nel
caso dei vermi-uncino, attraverso il suolo. Le loro uova sono presenti nelle
feci. Finché non sono stati inventati i water moderni gli uomini si scaricavano
all’aria aperta. Era facile contaminare il suolo e di conseguenza le verdure,
per esempio: bastava mangiarle per ricominciare un nuovo ciclo riproduttivo.
Camminando a piedi nudi i bambini (e anche gli adulti) potevano essere attaccati
dalle larve dei vermi uncino, che penetrano nella pelle, raggiungono prima i
polmoni e poi l’intestino e lì si dedicano alla loro occupazione principale:
succhiare sangue e moltiplicarsi. Quando sono diventate di moda le scarpe,
questo non è più successo, ma c’è voluto un po’ di tempo!
Dei
parassiti come i vermi devono trovare un equilibrio tra la necessità di
riprodursi e quella di mantenere in vita chi li ospita (cioè l’uomo): se si
moltiplicano troppo rischiano di far perdere troppo sangue e di tappare
l’intestino, per cui è impossibile sopravvivere e se muore l’ospite muoiono
anche i vermi che non la possono più sfruttare. In genere pertanto prevalgono
infestazioni modeste, in cui sopravvive (e si riproduce) sia il verme che
l’uomo. Anche per altri agenti infettivi si raggiunge questo compromesso se
devono poter tramandare ai discendenti i loro geni.
La
storia ci insegna che noi uomini abbiamo anche cambiato sempre più l’ambiente
in cui viviamo. Questo fatto ha avuto enormi influenze sullo sviluppo delle
malattie. Prima piccoli gruppi di uomini vivevano insieme nella savana, vivendo
di raccolta e di caccia. Vermi a parte, dovevano per forza essere abbastanza
poche le malattie di tipo infettivo che li colpiva. Dopo che la nostra specie si
era diffusa ampiamente dall’Africa negli altri continenti col passare del
tempo sono sorte le prime comunità agricole in cui più persone potevano vivere
insieme; così si è creata una situazione di pericolo, dato che il gruppo non
si spostava più (e così non poteva più abbandonare alle spalle i propri
rifiuti), maggiore era il numero di individui che potevano essere colpiti da un
agente infettivo e più semplice il contagio da un individuo all’altro.
Adesso
però vi chiederete: se prima non si ammalavano, da dove sono venute queste
benedette malattie?
Con
l’agricoltura si è sviluppato anche l’allevamento e per la prima volta
l’uomo è stato a stretto contatto degli animali addomesticati (spesso nella
stessa abitazione). I microrganismi che si erano specializzati ad attaccare gli
animali (pecore, mucche, polli, eccetera) hanno avuto a disposizione nuovi
organismi da invadere: almeno sette malattie molto importanti (vaiolo,
influenza, tubercolosi, malaria, peste, morbillo e colera) si sono evolute a
partire da infezioni degli animali domestici, anche se i microbi che le causano
sono diventati poi caratteristici della sola specie umana.
Quando
un microrganismo passa per la prima volta a un altro ospite mai infettato prima,
fa una strage: nella nuova specie il sistema immunitario non ha ancora imparato
a combattere questo inatteso nemico. Rimangono in vita solo pochi individui, più
resistenti (vi ricordate i geni?). In qualche generazione tutta la specie si fa
più resistente. Esempi di “stragi” sono state la grande epidemia di
influenza all’inizio del nostro secolo (pensate che sono morte 21 milioni di
persone) e in passato la peste (nel
1300 ha spazzato la popolazione di intere città), ma anche in questi casi
alcuni individui sono sopravvissuti, trasmettendo i geni della loro resistenza
naturale ai discendenti. Nel tempo molti agenti infettivi hanno imparato così a
convivere con la nostra specie.
Con
l’arrivo delle città le cose sono peggiorate ancor più, per le modifiche
ancora più importanti sull’ambiente e per le nuove attività necessarie alla
sopravvivenza dei cittadini, tra cui in primo luogo il commercio. E’ con gli
spostamenti da una comunità all’altra di pochi individui infetti che si sono
propagate le malattie. Anche le guerre hanno ovviamente avuto la loro parte,
perché spostavano ancora più persone: quando è stata scoperta l’America gli
europei hanno trasportato con sé le loro malattie causando quasi la scomparsa
degli indigeni e la fine delle loro civiltà.
Per
fortuna l’uomo ha anche il dono notevole dell’intelligenza, e nel corso dei
secoli ha imparato a riconoscere i segni delle malattie, poi a riconoscerne le
cause, infine a scovare dei rimedi (da un lato farmaci, dall’altro mezzi per
impedire che sorgessero nuovi casi di malattia). E’ grazie a questo lungo
percorso che oggi viviamo in condizioni di discreta sicurezza.
Voglio
raccontarvi per esempio di come sono nate le vaccinazioni.
La
malattia interessata era il vaiolo. Si tratta di una malattia provocata da un
virus che può vivere solo nell’uomo. Ci si infettava unicamente per contatti
stretti, ma una volta infettati metà degli ammalati moriva. Già nell’antica
Cina si era scoperto che se si prendeva un po’ di pus dalla pelle di un
ammalato e lo si metteva su un piccolo taglietto sulla pelle di un sano, questo
si ammalava di una forma più lieve. La notizia era arrivata in Europa nel 1700,
e qualche medico importante lo aveva proposto, ma verso la fine del secolo un
Inglese, Edward Jenner, aveva sentito dire dalle contadine (spesso con piccoli
tagli sulle mani) che mungevano mucche ammalate di vaiolo vaccino non si
ammalavano di vaiolo. Il vaiolo vaccino non sembrava creare problemi alle
mucche, tranne qualche vescica sulle mammelle. Per verificare la cosa Jenner
prese un po’ di pus da una vescica sulla mano di una mungitrice e lo mise a
contatto con la pelle di un bambino di 8 anni, James Phipps, in corrispondenza
di due piccoli taglietti. James sviluppò solo alcune vescicole e poi guarì.
Dopo un po’ di tempo Jenner provò a fare la stessa cosa con del pus da un
malato di vaiolo, ma non successe niente. Aveva scoperto la “vaccinazione”.
Secondo
voi che cosa era successo a James?
Ripensiamo
a quello che ho detto del sistema immunitario: a contatto per la prima volta con
il virus vaccino i linfociti T e B specifici si sono moltiplicati, sviluppando
una reazione contro il virus e quindi la guarigione. Questi linfociti hanno
anche conservato memoria dell’incontro col virus vaccino, così, quando la
seconda volta si sono trovati di fronte al virus del vaiolo lo hanno scambiato
per un sosia del virus vaccino e lo hanno tartassato senza pietà.
Da
allora la “vaccinazione” è diventata normale pratica, anche per altre
malattie (una volta che si è scoperto di ciascuna un “vaccino”, cioè una
forma del microbo poco attiva). Lo sapete che grazie a questo il vaiolo, che è
stato un incubo per secoli e secoli, nel 1977 è completamente scomparso dalla
faccia della terra? Perciò voi non avete mai subito la vaccinazione
anti-vaiolosa, perché non serviva più! Quando sarete a casa, però, chiedete
al papà o alla mamma di farvi vedere le braccia: vedrete che hanno delle
piccole cicatrici tonde, che sono il segno della vaccinazione fatta da piccoli.
Oltre
alla vaccinazione abbiamo introdotto anche altri metodi per il controllo delle
infezioni, prima di tutto migliorando le tecniche di costruzione (case din
mattoni e tegole invece che legno, fango e paglia hanno reso difficile la vita
ai topi, così è praticamente scomparsa la peste), introducendo servizi
igienici adeguati (così hanno avuto vita difficile i vermi e anche altri
microbi trasmessi con le feci), controllando lo smaltimento dei rifiuti, le
acque stagnati (impedendo alle zanzare di riprodursi), imparando a conservare
meglio i cibi eccetera.
A
parte dobbiamo considerare la storia degli antibiotici. Si tratta di sostanze già
presenti in natura, perché sono prodotte da funghi e muffe (ancora i geni!),
come il Penicillum che dà la penicillina (scoperta per caso nel 1929): queste
sostanze, ora prodotte industrialmente, hanno rivoluzionato il modo di curare le
malattie da microrganismi, regalandoci un po’ di pace dopo millenni. E’ una
pace sempre in pericolo, in realtà, perché i microbi scoprono dei modi per
resistere all’azione di questi farmaci, che vanno perciò usati solo quando
strettamente necessari.
Ho
un’altra storia importante da raccontarvi.
A
Budapest nel 1847 esistevano due ospedali dove era possibile per le donne andare
a partorire: uno era tristemente famoso perché tante donne
morivano d parto con una febbre altissima, cosa che non succedeva
nell’altro. Un giovane medico, Semmelweiss, scoprì che la ragione erano le
mani sporche dei medici che visitavano le pazienti dopo aver sezionato i
cadaveri in sala di anatomia, perché si infettavano coi microbi delle persone
morte. Scoprì che se i dottori si lavavano le mani con una soluzione
disinfettante (come la candeggina) le donne non si ammalavano più. La cosa
triste è che non fu creduto subito, e questo lo fece uscir pazzo. Invece questa
precauzione è diventata così importante che oggi è impensabile poterne fare a
meno e lavarsi le mani è per noi naturale prima di toccare il cibo, le ferite,
i bambini piccoli.
A
questo punto mi direte: “Per ora abbiamo visto solo malattie infettive, ma
sentiamo parlare di altre malattie…”
Malattie
non infettive sono sempre esistite, ma sono diventate più importanti solo
durante gli ultimi due secoli, quando siamo entrati nell’età delle industrie,
e ne sono comparse di apparentemente nuove. La nostra società, ad esempio, ha
introdotto sempre più sostenze inquinanti che hanno fatto aumentare le malattie
dell’apparato respiratorio (asma, bronchite cronica, tumore del polmone), e il
benessere ci ha portato in regalo malattie dell’apparato circolatorio
(pressione alta, infarto, arteriosclerosi) che al giorno d’oggi sono le più
importanti. L’eccesso di cibo è anche responsabile dell’obesità, di una
forma di diabete (che è l’incapacità di usare lo zucchero presente nel
sangue), forse di certi tumori dell’intestino.
Un
mistero moderno è rappresentato dalle allergie: sono dei disturbi causati da un
funzionamento anormale del sistema immunitario, che inizia a prendersela con
delle sostanze innocue, come i pollini, scambiandoli per aggressori. Il
risultato è che il corpo deve sopportare l’effetto di sostanze tossiche
prodotte dalle cellule dell’immunità, senza che questo sia ripagato dalla
vittoria su un “nemico” che non c’è.
Il
progresso però ci ha regalato anche qualcosa di positivo: oggi l’uomo vive
molto più a lungo che in passato, così forse certe malattie sono anche dovute
semplicemente a questo. Non c’è stato tempo di selezionare i geni giusti per
le età più avanzate.
I
bambini sono stati molto favoriti dalle conoscenze mediche: il periodo più
delicato della vita, infatti, è quello che segue immediatamente la nascita, i
primi mesi di vita. In questo periodo il sistema immunitario non è ancora
sviluppato, e l’organismo è più delicato. Fino a questo secolo moltissimi
bambini morivano nei primi mesi di vita, oggi questo numero è diventato
piccolissimo.
A
questo punto sarete anche stanchi, però voglio che pensiate almeno a queste
parole: è importante per un bambino di oggi sapere che molte malattie si
possono prevenire (impedire che succedano) con le scelte giuste nella vita di
tutti i giorni. Per esempio la cura dei denti, evitando i dolci e usando sempre
lo spazzolino; l’alimentazione corretta, che richiede tanta frutta e verdura
per dare all’organismo sostanze fondamentali (vitamine, sali minerali) che
rinforzano le difese; la giusta quantità di movimento, con le attività
sportive, che mantengono il corpo efficiente e ritardano l’invecchiamento; il
rifiuto di abitudini pericolose, come il fumo, che possono danneggiare
seriamente il corpo, causando malattie che possono essere evitate.
Se
non è possibile un mondo senza malattie, senz’altro è possibile ridurre il
rischio di alcune e vivere così meglio e più a lungo: questa è una strada da
percorrere fin dalla vostra età! Dott. VALERIO CASTAGNA |
| torna all'inizio |